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Tradizioni del mese di dicembre
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la traduzione
La novena di Natale
Oltre alla novena di Natale recitata in chiesa ed annunciata con il suono
solenne delle campane il 16 dicembre di ogni anno, è interessante
ricordare quella che un tempo si recitava in famiglia.
Il rito ha pure inizio il 16 dicembre.
Dopo cena, riuniti vicino al focolare, su cui arde un bel ceppo e la cui
fiamma è vivificata dai salimmènti
e dai resti dei vecchi pali di vigna e dietro il quale, come soldati,
si allineano le pietre, che serviranno più tardi a riscaldare il
letto, la nonna o il nonno o la persona più anziana della famiglia,
attorniata dai figli e dai nipoti, inizia il rito cominciando a recitare
le Ave sulla vecchia coroncina, cui manca qua e là qualche grano.
La procedura è codificata: dieci Ave e un Pater per 5 volte.
La particolarità consiste nel fatto che ogni Ave è preceduta
da una giaculatoria che cambia ogni sera e che si ripete di tre in tre
sere.
La prima sera: “Benedetta Maria quando fosti eletta Madre di Dio”
La seconda: ”Benedetta Maria quando partoristi il pargoletto Gesù,
figlio di Dio”
La terza: “Benedetta Maria per quella prima goccia di latte che
donasti al pargoletto Gesù, figlio di Dio“
La sera della vigilia di Natale le giaculatorie si ripetono tutte ed il
rosario è composto da “tre poste”, si dicono cioè
150 Ave.
Durante il cenone, al quale tutti si presentano senza aver mangiato
a mezzogiorno, non si càmmara cioè non si mangia
carne, per rischiare di diventare turco o cane. Si mangiano invece le
nove cose che sono o cose nuove, cioè cibi mai usualmente
mangiati o nove pietanze: spaghetti con alici, broccoletti saltati in
padella con peperoncino, baccalà indorato e fritto, olive, frutta
fresca, frutta secca, crespelle mielate, cannulètti, ciciràta.
Dopo si va alla notte, cioè in chiesa per le sacre funzioni. C’è
tutto il paese.
A mezzanotte nasce il Bambinello e dall’organo si levano, accompagnate
dal canto dei fedeli, le dolcissime note del “Dormi dormi”.
Tutti cantano. Ecco il testo:
Ecco è nato, ecco è nato, il Bambinello
tutto puro e tutto bello.
Chiudi gli occhi al dolce sonno
l’astro sorge del mattino
dormi dormi, Gesù Bambino,
dormi in pace, Dio d’amor!
Sulla paglia e nel Presepio
ha già chiusi i begli occhietti
e col bue e l’asinello
com’è bello il riposar!
Chiudi gli occhi ...
Nenia natalizia.
La notti di Natàli fùi ‘na fèsta principàli
La notte di Natale fu una festa principale
cà nascìvi nòstru Signùri, ntra na
pòvira mangiatùra
perché nacque Nostro Signore in una povera mangiatoia
cu lu bòvi e l’asinèllu, San Gisèppi,
lu vecchiarèllu.
con un bue, un asinello e San Giuseppe vecchierello.
San Gisèppi non t’addurmì, ca Marìa
à da parturì
San Giuseppe, non dormire, Maria deve partorire
à da fà ‘nu Bambinèllu chi si chiàma
Gisù mìu bèllu
nascerà un Bambinello che si chiama Gesù mio bello
e lu pòsa sùpa l’autàru e tutti l’àngiuli
a cantà
lo poggerà sull’altare e tutti gli Angeli a cantare
a cantà cu bòna vùci, o Maria quàntu
sì dùci
canteran con piena voce, o Maria, come sei dolce
e sì dùci, ‘nzuccaràta, o Maria la ‘Mmaculàta!
sei dolce, zuccherata, o Maria Immacolata!
Oh…oh… nìnna oh… ninna ninna , ninna oh!
Oh…oh....ninna oh… ninna nanna, ninna oh!
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San Nicola
Un’altra tradizione dicembrina è legata ala ricorrenza di
S. Nicola, che si festeggia il giorno 6 Per tale giorno si usava cuocere
granoturco e preparare panini che si facevano poi benedire. La cottura
cominciava a notte fonda e proseguiva fino al far del giorno.
La cucina calda e piena di fumo era allietata anche dalla presenza delle
comari che con un po' di legna contribuivano ad alimentare quel fuoco
quasi vestali attese ad un rito magico.
Il pane e il granone venivano poi distribuiti ai vicini, a chiunque ne
faceva richiesta e ai ragazzi che si recavano di porta in porta a riempire
vari contenitori di spighe fumanti.
Fuori era freddo ma la gioia e gli schiamazzi che rallegravano i vicoli
addormentati, compensavano il disagio.
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Perciavùtti
Il giorno dell’Immacolata, 8 dicembre, si festeggiava perciavùtti
(pèrcia = buca ) cioè si spillava il vino nuovo.
Era un avvenimento che anticipava le festività natalizie e cadeva
proprio in un periodo dell’anno dalle giornate più corte
e sempre più fredde che coincidevano con una sospensione quasi
forzata delle attività all’aria aperta.
Il vino era accompagnato da un pranzo festivo e da frutta di stagione
tra cui primeggiavano le castagne, arrostite o cotte, e le noci.
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Santa Lucia
A Santa Lucia, giorno 13, si distribuivano castagne cotte, ì pistìddri
che, simili agli occhi, ne ricordavano il martirio.
Sul far del giorno si diceva la messa, “à prìma mìssa”
alla quale partecipava tutto il paese.
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Fine dicembre
Alla fine dell’anno poi venivano i vècchi
vasìli.
Il 29, 30 e 31 dicembre sul far della sera una folla rumoreggiante di
ragazzi al suono di svariati strumenti quali coperchi, scatole di latta
percosse da legni, e tutto quanto potesse far fracasso, giravano per le
vie del paese quasi a stanare di casa in casa l’anno vecchio che
veniva così scacciato e ad ingraziarsi quello nuovo che stava per
arrivare.
Le origini di tale manifestazione derivano, secondo me, da tradizioni
anteriori allo stesso paganesimo tutte legate al solstizio d’inverno
che rappresenta l’inizio del rinnovarsi della vita.
Il cristianesimo basiliano presente nella zona si innestò poi
sul naturalismo pagano e vide presenti per le vie del paese i monaci,
che lasciate le laure e i cenobi, vestiti da re da cui “vasìli
” giravano annunziando la venuta del Signore e predicando un rinnovamento
spirituale
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Pomeriggio invernale
Intorno alle quindici la cucina si riempiva di gente.
La zia ancora doveva finire di rigovernare.
Sotto la finestra vi era una pentola piena dell’acqua con cui erano
stati lavati i piatti in attesa della crusca che ben rimescolata, sarebbe
diventata un ben pastone per quel povero maiale che aspettava nella stalla.
Le padelle erano appese dentro la cappa in cui scoppiettava un bel fuoco
che ogni tanto veniva ravvivato con sterpi e pezzetti di pali di vigna
tagliati a metà.
Sulla sinistra, appoggiato con il braccio ad una seggiola, stava, appisolato,
il vecchio zio Biagio.
Il nonno era sceso nel bottaio a sistemare fiaschi e bottiglie.
Il babbo era andato a lavorare.
La mamma sistemava la stanza da pranzo.
I ragazzi, non potendo uscire per il cattivo tempo si riscaldavano alla
scoppiettante fiamma.
Toc toc si sentì. Che ora è? disse zio Biagio, aprendo
un occhio.
Sono le tre, risposi. Vai ad aprire: questa è zia Carmina! Era
lei.
Dopo un po’ un altro toc toc. Vai, questa è mia sorella Santa.
Ancora un altro toc toc e venne zia Assunta, poi zia Domenica e poi Comare
Adelina, poi comare Antonia e infine comare Filomena.
Queste matrone occuparono tutti i posti. Venne pure la Mamma e zia Lucia
che si mise a ravvivare la fiamma.
Fuori intanto nevicava. Si vedevano lampi e s’udivano tuoni cupi
e profondi.
Il tramontano fischiava attraverso le fessure delle finestre.
Il nonno era ritornato portando una bottiglia di buon rosso.
Zia Lucia andò a prendere i bicchieri.
Narrate una favola! disse una voce di bimbo.
Così, tra un sorso e l’altro, cominciarono i racconti.
Ascoltate, disse zia Antonia.
C’era una volta un giovane che si era innamorato della figlia
del Re. Per poterla sposare gli disse il Sovrano, devi portarmi, entro
tre giorni, due uova e una penna dell’uccello grifone. Poi, vai
agli inferi e portami pure…Il giovane partì…
Il racconto era ricco di poesia e la favola veniva trattata, anche se
con povero linguaggio, in modo poliedrico, al limite del reale e dell'irreale.
C’era l’uccello grifone, il castello, una giumenta furiosa,
un cerbero dagli occhi di fuoco, forze magiche e soprannaturali, montagne
che sparivano e uscivano poi dalle nuvole, guardiani, nidi irraggiungibili,
spiriti, demoni e maghi che intrecciavano le loro azioni tra soffi di
vento e di pioggia e lampeggiar di fulmini.
E c’era soprattutto l’eroe che riusciva sempre a vincere il
gioco, che era, se vogliamo, quello dell’esistenza umana proiettata
in un ambiente di sogno, astratto e atemporale.
Zia Antonia parlava, parlava. Sudava.
Il viso fatto vieppiù rubizzo dalla fiamma che scoppiettava proprio
davanti, e l’ampio vestito di panno che avvolgeva la sua corpulenta
figura.
La nostra attenzione era al massimo e alla fine sopraggiungeva anche la
commozione quando la narratrice, dopo aver partecipato, come diceva, al
matrimonio del giovane principe, sulla via del ritorno venne ferita ad
un piede da una spina.
Mentre accennava a mostrarcela, tra la nostra curiosa attenzione, diceva:
se la tocco, sento un gran male!
Faccela vedere. Faccela vedere, dicevamo in coro.
Sorrideva abbassando di più l’ampia veste e sorseggiando
il suo meritato bicchiere di vino.
La fine del racconto coincideva con il sopraggiungere del buio
La cucina si svuotava.
La mamma raccoglieva la brace ardente posandola nei bracieri di rame che
distribuiva per la casa.
Noi ci mettevamo a studiare.
I piedi si raffreddavano presto e il fiato diventava vapore.
Fuori ormai nevicava senza pietà e senza vento, in un silenzio
irreale.
Si avvertiva ogni tanto qualche calpestio ovattato dalla soffice bambagia
che si attaccava alle suole.
Il silenzio era rotto dallo stridio di una paletta che toglieva la neve
dal gradino di casa, e dal miagolare di un gatto che trovava la porta
chiusa.
Non vedevamo l’ora di cenare e di godere il caldo tepore del letto.
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