|
Storia
Tradizioni
Folclore
Sei il visitatore numero

|
|
Tradizioni dell'estate
Portando il mouse sulle parole in dialetto appare
la traduzione
Il sole di S. Giovanni
La sera del 23 giugno di ogni anno era per noi ragazzi memoranda.
La mamma ci radunava nella soffitta e metteva, in nostra presenza, una
chiara d’uovo in un bicchiere pieno d’acqua e un cardo non
ancora fiorito in un altro.
Apriva poi la finestra e poggiando gli oggetti sul davanzale c’invitava
a constatare la situazione e ad andare a letto perché l’indomani
avremmo dovuto alzarci più presto del solito.
E così accadeva.
All’alba venivamo svegliati e assistevamo a questi fatti.
Il cardo aveva cominciato ad aprirsi. Era un segno di fortuna.
La chiara d’uovo galleggiante nel bicchiere aveva assunto forme
e figure diverse. Ognuno di noi doveva descrivere cosa vedeva in quegli
arabeschi. Si vedevano cose fantastiche in quel galleggiare di figure
morbide e sinuose.
Anche questa visione determinava previsioni di vita.
Ma la cosa più bella doveva ancora venire.
Ci mettevamo tutti sul terrazzino a guardare verso est attenti al sorgere
del sole.
Dopo aver tinto il cielo con caleidoscopici riflessi di prevalente colore
bianco e rosa, accompagnato da stridi di rondini, canti d’uccelli,
rumore di passi sul selciato, dalla Costapiana spuntava il radiante Apollo.
E’ allora che noi dovevamo guardarlo. Questo era il miracolo di
S. Giovanni. Chi vedeva il sole era fortunato nella vita. L’hai
visto, l’hai visto? chiedeva la mamma. Si! si! rispondevamo in coro,
asciugandoci in fretta una lacrima causata dall’intensità
della luce.
La banda
Fino agli anni 30-34 a Mormanno vi erano due complessi musicali.
Il primo o Banda della Stella ebbe come maestro il signor
don Guglielmo Fortunato, stimato agrimensore, e il secondo, chiamato Banda
degli Operai era diretto dal Maestro Giuseppe Papaleo di Orsomarso.
Tali complessi durante le feste patronali si sfidavano ad eseguire nel
miglior modo possibile i loro repertori.
La Banda della Stella era, a memoria e per unanime valutazione, la migliore.
Don Guglielmo Fortunato, precorrendo i tempi, aveva ideato e realizzato
una specie di commedia musicale intitolata La gita alla festa.
Si trattava di fare un percorso ideale per arrivare a Mormanno e partecipare
alla festa che vi si svolgeva.
L’itinerario prevedeva momenti musicali intervallati dalla descrizione
dei posti che si attraversavano.
Quando, ad esempio, si fingeva di prendere il treno, - per Sibari-Metaponto,
si parte! – seguiva un idoneo commento sonoro che imitava lo sferragliare
della vaporiera, e creava quell’ambientazione necessaria alla scena
che si voleva rappresentare.
Fingendo di attraversare boschi e d’incontrare cacciatori si sparavano
colpi di fucile.
Quando finalmente si arrivava a Mormanno, ecco giunti siamo già,
alla festa alla Città, venivano eseguiti i migliori pezzi del repertorio
che si concludeva con un Canzoniere.
Malgrado avessi cercato non ho potuto trovare le partiture di questa
commedia musicale.
Intorno agli anni 1934-35 si tentò di ricostruire un nuovo complesso
bandistico.
A tale opera misero mano due vecchie glorie della Stella il signor Guglielmo
Russo, ex suonatore di bombardino e il signor Domenico Concordia già
suonatore di ottavino.
Non riuscendo nell’impresa, affidarono il compito ad un Maestro,
tale Giuseppe Valeriano. Dopo un anno o poco più questi si dimise.
Il presidente, signor Vincenzo Savelli pregò allora il professor
Attilio Cavaliere di voler risolvere il problema.
Don Attilio si rivolse al dottor Eduardo Pandolfi che allora dimorava
a Bari.
Questi si recò al Conservatorio il cui direttore consigliò
come maestro di banda il signor Elogio Oronzo, ex suonatore nella fanfara
militare ove aveva ricoperto pure il grado di sergente maggiore.
Il M° Oronzo mise in vita una banda denominata “Complesso
bandistico città di Mormanno” che durò fino
alla sua morte (anni cinquanta).
Ancora per poco i suonatori continuarono ad essere uniti. Li guidò,
dopo la scomparsa in guerra del capobanda Donadio, il trombettista signor
Nicola Bloise . Alla fine il complesso si sciolse.
I fichi lungàni
Avevamo una vigna a Maiùri, un fazzoletto di terra, sventrato
nel 1927 dal passaggio della linea ferroviaria Spezzano-Lagonegro
Eppure a noi ragazzi sembrava un continente.
C’era una bella casetta, con davanti un sedile, più in là
una piccola stalla ove si teneva il maiale e l’asino, un magazzino
che aveva diverse funzioni, tra cui anche quella di tinaia.
Di fronte vi era un piccolo spiazzo circondato da una siepe ove cresceva
l’uva spina.
Di là si scendeva verso la ferrovia attraversando tre terrazzi
contenenti la vigna, gli alberi di fico, qua e là qualche pesco.
Più avanti si passava per un boschetto di castagni proprio su una
piccola galleria e poi per un ripido viottolo si giungeva ad una parte
più piana che costeggiava la strada ferrata racchiusa intorno da
alberi di quercia.
Era un paradiso! Per entrare in casa si salivano cinque o sei gradini
e subito ci si trovava su una piccola terrazza balaustrata con pali e
paletti.
Un portoncino di colore rosso ad un’anta immetteva in una stanzetta
rettangolare in fondo alla quale c’era una finestrella e a sinistra
un camino.
La parete di destra aveva due piccole porte che si aprivano in due distinte
camerette ognuna delle quali aveva una finestrella.
Guardando da lontano la casa sembrava una persona.
Le due finestre erano gli occhi, la porta del magazzino la bocca, il tetto
spiovente la testa. In alto in mezzo alle due finestre c’era una
mattonella di maiolica su cui era dipinta la figura di S. Francesco di
Paola.
Non vi dico gli odori e i sapori della roba.
A me piacevano i fichi lungàni
e già cominciavo a gustarne il sapore dalla fine di agosto cioè
da quando si scendeva in campagna.
Qui cominciava un altro capitolo di vita.
Appena la frutta maturava e, come si sa, non in contemporaneità,
veniva raccolta e per la maggior parte seccata per l’inverno.
Noi ragazzi eravamo addetti a sbucciare ogni tipo di frutta per poi metterla
a seccare sulle stuoie.
Potevamo mangiare solo fichi neri, i lattaròli , quelli di Santa
Maria o i zivulèddri ma non i lungani.
Ad essi non si potevano neppure accostare gli uccelli tenuti lontano da
vari spaventacchi.
Questi fichi erano particolarmente curati dal nonno che li aveva ripetutamente
contati e ne conosceva anche la collocazione sulla pianta.
Appena maturi li raccoglieva personalmente e li metteva al sole in apposite
stuoie.
Li girava e rigirava fino alla loro completa essiccazione e li infornava.
Poi provvedeva a fare le crocette con la noce o le infilava a ‘nzèrta
in appositi spiedini di canna.
Noi ci sognavamo di mangiarli.
Potevamo solo rubarne qualcuno nascosto sui rami più alti ove spericolatamente
salivamo.
A volte quando la guardia era più stretta cantavamo: Monachèddru
‘i sàntu Vìtu gàla abbàsciu e pòrta
fìchi, à ttìa li sc’cattiòli e à
‘mmìa li bòni bòni .
Quando il nonno sentiva che noi per mangiare un fico buono ci affidavamo
al rumoroso imenottero, si commuoveva e ce ne dava uno ciascuno.
Ecco perché oggi mi piacciono ancora i fichi lungani!
|