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I momenti del lutto
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in dialetto appare la traduzione
I canti funebri
In onore del morto si piangeva elogiandone le opere e la vita. Questa
tradizione deriva direttamente dai culti orfici ed è riportata
in Eschilo nelle Coefore.
La partecipazione al funerale
Ama ì a dà la manu allu mòrtu,
significava: dobbiamo partecipare al funerale.
Quest’adempimento si svolgeva con un’articolata procedura.
Si aspettava la prima chiamata cioè il suono della campana che
indicava l’inizio del rito funebre e ricordava alla gente che tra
mezz’ora il sacerdote si sarebbe recato a casa del defunto per benedirne
la salma ed accompagnarla in Chiesa per le sacre funzioni.
La seconda chiamata metteva tutti in moto. Arrivati a casa, si aspettava
l’uscita del feretro. Dopo la sua benedizione ed aspersione con
l’acqua santa, in corteo, preceduti dall’officiante, si arrivava
in Chiesa.
Il defunto, secondo la possibilità economica, aveva diritto a tre
trattamenti: funerale di prima, di seconda o di terza classe.
Il funerale di prima classe prevedeva che il defunto fosse posto su di
una castellana, un catafalco addobbato e che la Messa fosse cantata al
suono dell’organo e celebrata da tre sacerdoti di cui uno doveva
essere il parroco. Finita la funzione in chiesa veniva portato a spalla
fino al cimitero ed accompagnato al suo interno anche dai sacerdoti.
Il funerale di seconda classe, non prevedeva la castellana ma solo un
tavolo con una coperta. La messa era cantata ma i sacerdoti si riducevano
a due. Accompagnavano la salma, portata a spalla o sulla barella, fino
alla casa di Cappalonga prima cioè dell’inizio della salita
ripida che conduce al cimitero.
Quello di terza classe non prevedeva addobbi. La bara restava poggiata
sulla barella che serviva anche per il trasporto.
La messa era letta e celebrata da un solo sacerdote che non accompagnava
poi il defunto.
La gente invece, indipendentemente dal tipo di funerale, accompagnava
il defunto fino all’ingresso del Camposanto aspettando l’uscita
dei parenti, la pàrte dolènte, per poi accompagnarli a casa
in due distinte schiere una d’uomini e una di donne. Arrivati poi
a casa si esprimevano le condoglianze con una stretta di mano. Uomini
ad uomini e donne alle donne.
Che cosa rimane oggi di quest’usanza?
Nulla è cambiato per quanto riguarda la prima e la seconda parte.
Circa la terza, sono state abolite le classi e il rito è uguale
per tutti. Non vi è più l’uso della barella sostituita
dal carro funebre. Il sacerdote poi non accompagna più nessuno
al cimitero. L’ultima preghiera è il canto dopo la S. Messa.
Il quarto momento ha subito due modifiche.
Fino a pochi anni fa le condoglianze si davano al cimitero e non si andava
più a casa.
Ultimamente tutto si svolge sul sagrato, al termine delle sacre funzioni.
La mano si da anche alle donne. Le condoglianze infine si esprimono anche
firmando appositi registri posti all’esterno della chiesa.
La stìma al morto
Appena uno moriva, parenti o gli amici stimavano la famiglia
del defunto provvedendo alle sue necessità.
Erano, cioè, presenti non solo per confortare e rendersi disponibili
quanto per assicurare quei generi di prima necessità che, a causa
del lutto, non potevano essere acquistati perché nessuno usciva
di casa nei tre giorni seguenti la disgrazia
I più intimi, cugini, zii, compari, portavano, a turno, la mattina,
una colazione consistente in latte, caffè e pandispagna e la sera
un pranzo completo detto cònsolo, che
comprendeva brodo con pasta a brignè , carne lessa
con contorni di sottaceti, altra carne diversamente cucinata o salumi,
frutta di stagione o frutta secca, vino e dolci.
Gli amici adempivano il dovere , portando, nelle visite pomeridiane che
continuavano per tutto il primo mese, generalmente zucchero e caffè.
La stima all’occasione, si rendeva.
Altri momenti del lutto
Il dolore per il vuoto che il caro estinto lasciava in famiglia veniva
anche manifestato nell’abbigliamento.
Si cominciava dalla porta di casa su cui veniva posta una vistosa striscia
di panno nero che vi restava almeno per un mese.
Gli uomini portavano il lutto, mettevano cioè una fascia nera al
braccio sinistro, cucita sulla giacca, ed una sul cappello.
Nera era pure la cravatta. Pure i fazzoletti erano bordati di nero. Nere
erano le calze. Se moriva il padre, quest'abbigliamento era obbligatorio
per un anno.
Tutte le donne della famiglia poi, specialmente le mogli, vestivano di
scuro. Calze nere, scarpe nere, pannicèddru
nero. In testa mettevano la viletta, uno scialle tessuto fine e trasparente,
e bordavano anche con filo nero gli orecchini. Non indossavano collane
d'oro e si levavano anche la fede. Questo lutto a volte finiva con la
morte. Dopo due o tre anni si allarigàva lu lùttu
passando al mmènzu lùttu. Ciò
significava togliersi la viletta, rimettersi l’anello, e gradatamente
passare dagli abiti neri a quelli grigi. Restava obbligatorio il cappottino
nero.
L’uscita dopo il lutto
Passati i tre giorni di lutto stretto i parenti e gli amici si recavano
a casa e prelevavano i maschi per portarli a fare la caminàta
d’ù mòrtu. Quest’uscita, consistente
in una camminata fuori paese, serviva a rompere l’isolamento e favoriva
il reinserimento nel contesto sociale e lavorativo.
da: Luigi Paternostro
Uomini, tradizioni, vita e costumi
di Mormanno
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