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Antica medicina popolare
- ’àgghju. L’aglio. Era usato come
vermifugo.
- calumìddra. Camomilla. Era considerata il
calmante per eccellenza. Ancor oggi d’estate si fa una larga provvista
di tale erba che viene poi confezionata in piccoli pacchettini e posta
a seccare.
- canìgghia. Crusca. Se ne utilizzava l’acqua
di cottura per calmare il prurito, gli arrossamenti della pelle e le
piccole eruzioni cutanee.
- fumèntu. Fumi. Per curare i forti raffreddori
e i catarri si bruciavano diverse erbe tra cui predominava il fiore
del sambuco e il suffumigio si indirizzava attraverso un imbuto capovolto
poggiato sulla brace o nell’orecchio o nel naso o nella bocca.
- màliva. Malva. Curava ogni tipo di ascesso,
da quelli esterni a quelli causati da infiammazioni gengivali. Si cuoceva
e le foglie si applicavano sulla parte dolente. Veniva usata anche nell’otite.
- papàina. Papavero. L’infuso di papavero,
curava l’insonnia e i nervi.
- papatèddra. Una specie di tettarella fatta
con stoffa di lino al cui interno si metteva zucchero o miele. Si dava
ai neonati quasi fosse un piccolo capezzolo.
- pidùcchi. Pidocchi. La pediculosi si combatteva
prima passando sulla testa un pettine fine e poi strofinandola con petrolio
.
- piddrusìnu. Prezzemolo. Per provocare la defecazione
dei neonati, si usava stimolare l’ano con il prezzemolo.
- pìsciu. L’orina era considerato un emostatico
insuperabile. Doveva essere però appartenere alla stessa persona.
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